Il ministro della pubblica istruzione riesce nel difficile obiettivo di far (quasi) rimpiangere la Beata Ignoranza Gelmini. Promette un tablet ad ogni docente ed un pc in ogni classe. Ma i problemi della scuola italiana sono ben altri. E vengono ignorati dal “tecnico”…
Un tablet per ogni insegnante del sud: non è l’ennesimo concorso a premi dell’ennesimo sito internet che promette di ripagare i nostri click pubblicitari con premi esorbitanti, ma la ricetta per rilanciare la scuola proposta da Francesco Profumo, ministro di quella che una volta era la pubblica istruzione,oggi sempre più diventata appannaggio di pochi fortunati, visti i costi esorbitanti dei corsi di studio.
Il ministro identifica nella “dematerializzazione” e nella “innovazione nelle aule” il motore di spinta della rinascita del paese. Tutti i docenti verranno dotati di questo nuovo orpello elettronico,un gadget più che un vero strumento di lavoro per i professori.
Con meno carta insomma, si risolveranno problemi per circa trenta milioni di euro l’anno. Bella cifra, bel calcolo ragionieristico. Ma da un ministro dell’istruzione ci aspetteremmo un altro tipo di considerazioni, volte ad indagare i problemi veri della formazione culturale del nostro paese.
Colpisce l’incapacità del ministro nell’individuare i veri problemi della scuola italiana, ridottasi ormai a ricettacolo di discenti svogliati e docenti frustrati dalle politiche contrattuali di uno stato che ha ben compreso il giusto modus operandi per continuare a soggiogare un popolo: mantenerlo nell’ignoranza, demotivare i docenti, magari con normative e burocrazie che non permettano un regolare svolgimento della formazione scolastica.
Un computer in una scuola superiore servirebbe solo ad assicurare maggiori ingressi su Youporn. Quanto ai tablet ai docenti, non se ne vede una effettiva utilità: sovviene alla mente quella famosa barzelletta che circola sui social network, per cui l’unica vera funzione di un “iPad” è quella di far vedere agli altri che puoi permettertelo. Servirebbero concorsi che siano davvero in grado di dimostrare chi è in grado di trasmettere conoscenza alle nuove generazioni, non chi sa usare meglio un touch-screen.
Una triste verità: il ministero ignora le autentiche esigenze di una scuola da riformare senza ricorrere ad alchimie di dubbia utilità. Servono programmi aggiornati, più aderenti alla mutata realtà dei giorni nostri: visto che si gioca a chi la spara più grossa, potremmo sostituire il francese con il cinese o l’arabo. E le materie classiche? Rimangono fondamentali per chi voglia approfondire alcuni aspetti culturali di determinati settori, certo potrebbero non servire a chi studia in un istituto professionale.
Prima di aprire bocca, il ministro Profumo dovrebbe vedere che aria si respira agli ingressi degli istituti scolastici italiani: ovunque si scorgono file interminabili di automobili con i bagagliai stracolmi di libri da vendere. Perché, a ben pensare in effetti, il problema della scuola italiana è da ricercare nella carta: ma non tanto in quella sprecata dalla burocrazia scolastica, faldoni, pagelle e certificati, quanto in quella patinata, rilegata, stampata e perennemente aggiornata dei libri di testo, spesso solo leggermente ritoccati nei contenuti, ma fortemente gonfiati nei prezzi.
In un momento come quello che attraversiamo da un paio d’anni a questa parte, è da irresponsabili ed incompetenti: tipicamente da ingegneri elettrotecnici, magari appassionati di tecnologia ma con una visione un po’ distorta della realtà. I veri problemi della scuola sono da ricercare nell’esorbitante costo dei libri di testo, sovraffollamento delle classi, nel diritto allo studio negato di fatto agli strati più bassi della popolazione, nelle difficoltà occupazionali dei diplomati, nella dispersione scolastica che, soprattutto nelle regioni del sud, finisce per arricchire le fila delle organizzazioni criminali.
La scuola, caro ministro Profumo, è una cosa seria. E purtroppo la sua ricetta puzza di vecchio e stantìo. E non basterà certo un tablet a docente per risolvere i problemi di quella che dovrebbe essere la fucina di speranze del nostro paese.
Una provocazione: a quando l’iPod ai bidelli? Magari svolgeranno le loro mansioni a tempo di musica…








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